Le riflessioni critiche e giornalistiche qui raccolte sono solo una piccola parte, sempre in progress, delle testimonianze di ammirazione e di apprezzamento che la  aumentata conoscenza delle  opere di Giovanni Leone sta riscuotendo .

 
 
 

Cliccare sul contributo che si desidera leggere

 

Sebastiano Burgaretta
"In grazia di Dio
Un presepe per gli Iblei
"

Nello Blancato
"Gesu nasce nel 'presepe di Akrai'"

Nella Monaco
"Singolare natività ad Akrai"

 
         
 

 
 B

Nel vento vola, degli Iblei , l'uomo-uccello di minuscola fattura,librandosi nell'aria con dolcezza. Insegna con il vento la sua via: vento freddo che dissecca i vari rumori, vento largo che conduce sempre in alto, vento amico che matura fior di luce.
Continua a volare come allora, come sempre - l'oblio non tocca i poeti - l'uomo alato. U rogghiu della Torre lo sostiene. In alto
si diffonde il suo richiamo. Nel cielosi rapprende la memoria: nel cielo azzurro degli Akrai, dove para l'amica tramontana del vulcano, che tocca sibilando le note malinconiche dell'anima. Sono note struggenti senza fine, sono voci cristalline che rampollano nel tempo; ruggiti son furenti di leoni. In grazia di di Dio, un leone, con agnelli e con puledri, del matto uomo alato che la casa di Icaro innalzò, coltiva ancora oggi la sua pazzia di bussare fortemente alle coscienze sonnolenti dei potenti e di parlare sussurrando ai cuori dei fanciulli che vivono nutriti alla memoria tenera dei padri. Rinasce col Natale l'estro antico; torna un mondo che mai era partito: non già museo d'ombre, teatro semmai della memoria viva. nel bimbo torna la vita.
Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo;
iam redit et Virgo, redeunt Saturia regna,
iam nova progenies caelo demittitur alto.

Miraclo di carta, legno, ferro, gesso, creta e terre colorate alla natura; prodigio coniugato della mente e delle mani piegate alla sapienza secolare. L'orologio della torre batte il tempo. Un mondo risorge di figure pien di vita. Scorre il sangue nelle vene. Si anima il presepio di Akrai. La terracotta calatina si risolve in carne viva degli Iblei. S'illumina di vita. Nasce per tutti il Dio fatto bambino. Salva la memoria e salva noi. Prende forma l'universo contadino. La lunga teoria si dipana. Giuge primo, dalla vera croce, stanco come Ripa. Poi viene Peppe Caligiore dall'Aguglia, seguito dalle zie Peppina e Marietta. C'è Bannera con Paolo Cannuni, Uottoiorna, Maciuni e Carpinteri. In grazia di Dio ci sono tutti i padri antichi. Nessuno manca alla chiamata sutto Rogghju.  .
Spenta la sete alla fontana viva del pian della Matrice, vanno tutti e quattro venti del piccolo Palazzo. Fontanagrande e Castelvecchio si muovono alla vita.
Spunta Antonello sulla mula dall'orto all'Annunziata; Laurana lascia l'altura bella dell'Immacolata.Con loro si ripopola il cammino. S'accendono i lumi nelle case e nei tuguri. Brilla l'oro nei palazzi.Il forno riaccende la sua legna, la spola va e viene sul
telaio, risuona ardita l'incudine dei mastri
Chicchiriddi, giocano i carusi a  vacca scinni e ncravacca. I balconi affidan fiori ai ferri battuti nell'intreccio di barocco e di liberty degli emigrati che solo qui da tutto il mondo si condensa. Portali, archi e scalinate danno luogo e consistenza a movimenti umani senza posa. L'oste mesce il vino per buon sangue, la lavandaia batte i panni al lavatoio, un uomo canta sulla via di casa; son giunti già i nipoti d'Australia e di Toronto. I lampioni fanno luce ai basolati, il muschio profuma le pareti nella notte, un bimbo dorme alla zara.
Il calesse torna alla dimora degli spiriti, sotto la malia dell'orologio. E lì Vito D'Aquino muove ancora la mola  del frantoio, che rimise in sesto col sudor delle sue mani.Ogni cosa è al suo posto come prima. La memoria si è fusa  con la vita. Palazzolo di Akrai vive intatta. Malgrado tutto s'è compiuta ancora  oggi la magia, sotto le penne
d'Icaro, in grazia di Dio, per mano, mente e cuore d'un Leone.

 

Sebastiano Burgaretta

 

 
 

N
 
 

In uno scrigno di tre, quattro metri quadrati è racchiuso il divino mistero della Natività e l'affascinante storia di Akrai

 

 

di NELLO BLANCATO

 

PALAZZOLO. "Le antichità di Acre scoperte, descritte ed illustrate dal barone G. Iudica": è l'opera pubblicata nel 1819 dal grande mecenate palazzolese appassionato di archeologia. Ebbene, Giovanni Leone per questo Natale è andato a collocare la sua Natività tra quei vetusti ruderi restituiti alla luce dallo Iudica, proprio sotto l'Aphrodision, luogo sacro agli Acrensi veneratori, là dove più forte soffiano i gelidi venti aquilonari.  
Questo sito, che è il più elevato di tutto l'altipiano acrense, punto d'incontro tra cielo e terra, diventa  anche punto d'incontro della fine e dell'inizio, della morte con la vita. Sì perchè Gesù nasce nell'ombelico dell'acropoli, nell'"omphalos", luogo sacro per eccellenza, dove per trasposizione ora albergano le greche cave usate come ipogei dagli antichi cristiani. E allora, lungi dall'essere dissacratoria o profana, questa scelta è in linea con il simbolismo cristiano che mai dissocia la vita dalla morte, intesa, quest'ultima, come dies natalis, giorno di nascita alla vita eterna e ritorno al padre.  
Anche il tempo sacro, quello delle feste cicliche (in questa fattispecie il Natale) è un ritorno, un tempo circolare che chiude un ciclo e ne apre un altro, come circolare è lo spazio presepiale rappresentato da Leone: in uno scrigno di tre, quattro metri quadrati è racchiuso il divino mistero della Natività e l'affascinante storia di Akrai.  
Proprio così: l'ultima creatura del presepista palazzolese, che fa da scenario all'Evento, altro non è che un mirabile compendio della zona archeologica di Palazzolo che, come per malìa, si immerge, e si sublima ancora, in una atmosfera di primigenia sacralità.

Giovanni, come ti è venuta l'idea, chi ti ha ispirato?

"Era da tanto che ci pensavo. La mia opera, oltre ad una celebrazione del Natale, vuole essere anche un omaggio a Gabriele Judica che con le sue eccezionali scoperte ha "rifondato" Akrai e Palazzolo nello stesso tempo. Il "pastore" seduto sui conci dell'Intagliata è proprio lui, il "Regio custode delle antichità del Val di Noto", intento allo studio e alla vigilia dei "suoi" scavi. Nel rispetto e nella continuità di questo mio  filone ho già in mente il progetto del mio presepe '99 che andrà a completare il trittico dedicato ai siti e alle architetture più significative del nostro paese".

Ci sono delle affinità con il presepe dell'anno scorso?

"Solo dal punto di vista della tecnica e dei materiali usati, che sono materiali poveri: creta, carta, cartone, colla, gesso, colori a terra, materiali di risulta, fondi di caffè, ma anche schegge di legno e polistirolo.

Dal punto di vista paesaggistico pochissime. Questo è un paesaggio massiccio, geomorfologicamente diverso, costituito da calcari bianchi miocenici, velati di grigio, muschiati. Questa velatura "naturale", questa patina del tempo, l'ho ottenuta provando e riprovando, miscelando e rimiscelando "terre" e altro fino a quando ho azzeccato, a mio parere, la formula e la mano giusta. 

Nel contesto ho inserito uno squarcio dell'habitat rurale di contrada Nicastro (la chiesa, il baglio, la torre) proprio per "rompere" un paesaggio che a prima vista poteva apparire uniforme e monotono".

Quali sono i siti e i monumenti archeologici ricostruiti?

Il teatro al completo: koilon, orchestra, scena, i silos bizantini; il bouleuterion, il pozzo degli Osservanti, la strada greco romana passante per l'agorà, la neviera, il tempio circolare, il tempio di Afrodite, l'Intagliata e l'Intagliatella con le grotte sepolcrali, con gli incavi votivi, con le finestre a squame di pesce, con il bassorilievo figurato, l'edicola votiva del Santicello, il Santicello, e poi per trasposizione (ma anche altri siti sono stati trasposti per motivi di ordine pratico) a Nord del Teatro i Santoni, le dodici sculture rupestri dedicate alla Magna Mater. E' questo un percorso semicircolare illuminato da torce, un itinerario "sacro" dedicato alla dea della fecondità, intensamente venerata dagli Acrensi".

In quale tempo storico è collocata questa rappresentazione?

"Il periodo è tra l'800 e il 900. I pastori di creta, alti 5 cm, sono del pasturaru calatino Salvatore Raimondo, lo stesso che ha plasmato i personaggi del mio presepe '97. Sono circa una quarantina e sono stati progettati per questo lavoro; alcuni sono veramente insoliti per il tipo di lavoro che svolgono e per le posture fatte assumere dall'artista. Gli interni, curati nei minimi particolari, sono arredati con i mobili e le masserizie della gente iblea, in una casa ri stari c'è persino la naca a-bbuolu.

Di quali movimenti ed effetti speciali è dotato il presepe?  

Sono tanti, il presepe stesso è tutto un "effetto speciale". C'è ad esempio la "siènia" (noria, bindolo) l'antica macchina a forza animale (in questo caso un asino) per tirare acqua dal pozzo, costituita da secchie unite a catena con movimento circolare. Ecco, questo è un esempio della importante valenza didattica e culturale di questo presepe. I ragazzi, i giovani, dove mai hanno visto una "macchina" del genere? Questo presepe, nel suo insieme, è un recupero della memoria della civiltà acrense-palazzolese. Poi c'è il fuoco scoppiettante nella grotta della Natività, nella casa ri massaria, le cascate nei pressi del teatro a conferma delle numerose sorgenti presenti sull'Acremonte che servivano per l'approvvigionamento idrico del sito abitativo".

Hai pensato ad un particolare tipo di illuminazione?

L'illuminazione degli ambienti è data dalle lumere, da lumi e torce. A livello di luce indiretta il presepe è dotato di lampade di Wood miscelate con altre fonti luminose che danno al paesaggio un aspetto notturno, da luna piena. Questo settore così importante e delicato è stato affidato alla competenza e alla bravura di Giovanni Scirpo".

   

 


 
 
 
 
 

M

 

Giovanni Leone ama “raccontare”, attraverso i suoi presepi la storia di Palazzolo e nei presepi conserva  memorie perdute, luoghi, attrezzi e congegni dimenticati.
Mi accingo a visitare il “secondo presepe”, (secondo – 1998- perché successivo al primo –1997- per costruzione, ma non certamente per cronologica collocazione nella storia di Palazzolo) ed è stupore.
Su di un piano perfettamente circolare si snoda la costruzione dell’ Antica Akrai con la necropoli, i templi ferali, il cimitero degli eroi, la grotta dei cavalli, l’ ipogeo di Valeria. Poi, più in alto, il teatro con il tempio di Afrodite, fantasticamente ricostruito; il Bouleuterion, l’agorà, la strada greco-romana e i resti di un edificio circolare;  in discesa una neviera e più in basso i Santoni.
Più a valle, ancora, una grotta naturale caratterizzata da tipico fenomeno carsico,  dove il rumore cadenzato dell’acqua scandisce il fluire del tempo.
E, immaginosamente, il caseggiato della chiesa di Nicastro (ex feudo Zocco).

Un po’ più in alto, non a caso, la grotta della natività e più in alto ancora, in direzione perpendicolare, domina e sovrasta il tempio di Afrodite.
Tornando a valle nei pressi della chiesa una casa di pietra: quella del contadino, antica presenza di un mondo povero fatto di “ricca essenzialità”.
Attraverso le finestre : il letto, a naca a volu ( la culla a volo), il tavolo e le sedie.
Pochi, familiari utensili, intrinseca ricchezza dell’ uomo padrone del suo mondo, governatore delle sue giornate, conoscitore del tempo e delle stagioni, ingegnoso costruttore.
Oltre la casa, un po’ più avanti, “A SENIA” (il bindolo): un congegno a forma di ruota avvolta da una spessa catena su cui sono attaccate varie secchie per tirare su l’acqua.

Introdotto in Sicilia dagli Arabi, il bindolo è un congegno ormai quasi dimenticato, sapientemente ricostruito per futura memoria.
Se fosse dato ad un uomo vissuto alla fine dell’ottocento di ammirare tale ambientazione presepiale non solo ritroverebbe il suo mondo, ma sicuramente, in stretto dialetto palazzolese, esclamerebbe “U scavu ! ” Così veniva denominata la nostra zona archeologica.
Credo, tuttavia, che l’autore lungi dal volere suscitare stupore e meraviglia abbia voluto, invece, ridestare la sopita coscienza dei palazzolesi e non solo, su quanto di Akrai  resta ancora sconosciuto e dimenticato.
E’ evidente, anche, l’intento di “ricordare” Gabriele Iudica che pensoso e solitario, con in mano le mappe dei suoi ritrovamenti, primeggia in un suggestivo scorcio del singolare scenario. A tal proposito significativo è un pensiero di Friedrich Ohly “ Gli uomini sopravvivono al loro corpo finché sono in vita coloro che  ne serbano il ricordo. Il flusso del tempo scorre via come il Lete. La memoria trasforma in storia l’accadimento, da forma a ciò che fluisce”.
Con mano esperta e sapiente, Giovanni Leone, sa fissare memoria e tempo, sa amare le sue radici, sa creare profondità prospettiche e giochi di luce.
Il paesaggio è austero, misterioso si nutre di colori, di vegetazione, di rocce, di dirupi scoscesi tipici dei pianori iblei.
La forma circolare è significante: ogni punto è principio e fine, è vita e morte, è eterno ritorno. Il cerchio, infatti, si chiude per riaprirsi a spirale fino a che si giunge al tempio di Afrodite che domina dall’alto dell’Acremonte, quasi, sospeso tra cielo e terra.
Il mistero sacro dell’amore si dipana dal greco tempio di Afrodite, alla grotta della natività, alla chiesa cristiana.
L’uomo, nel suo viaggio, supera l’umana condizione ricongiungendosi attraverso l’amore in universale  afflato con il tutto.
In viaggio, per la strada greco romana, corre leggero un calessino, di pregevole fattura, con a bordo un uomo e una donna, non più giovani. Viaggiano… avvolti nel tepore del loro delicato conversare, trasportati dalla forza delle loro stesse parole che lievi si dileguano nel vento gelido di tramontana.

 

                                                                                     Nella Monaco